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Aspettando il bus

La mattina che segue il mini safari inizia presto. Voglio prendere un matatu e tornare in paese per poi da lì, andare a Nakaru da dove troverò un bus per uscire dal paese.

Kampala, 24 febbraio 2020

La mattina che segue il mini safari inizia presto. Voglio prendere un matatu e tornare in paese per poi da lì, andare a Nakaru da dove troverò un bus per uscire dal paese.

La giornata sotto il sole mi ha cotto a puntino, le braccia, il coppino e il viso sono ancora rossi e iniziano a fare male. Arrivato a Nakaru cerco una crema che mi possa dare un po’ di sollievo ma in farmacia non trovo niente, qui in effetti non credo ne abbiano di questi problemi. In un occasione, entrando in farmacia e manifestando il mio bisogno, mostro il braccio rosso e la differenza creata dalla maglietta sotto la quale la pelle è pallida, figlia dell’inverno trascorso a casa. Non capisce cosa stia cercando tanto da chiedermi “quindi vorresti la pelle liscia come lì, senza peli?”, il suo collega però intuisce che la differenza di colore non è naturale e così riusciamo a capirci, senza comunque trovare una soluzione.

Mi addormento a stento, è sabato e sotto alla mia camera c’è un bar che spara musica fino a tarda notte.

Il giorno seguente lascio la stanza e resto nel limbo della nulla facenza dato che il bus per Kampala è alle otto di sera.

Cammino su e giù per la cittadina passando qualche momento assorto nella lettura prima in un bar, poi in un ristorante. È in uno di questo spostamenti che incontro John, solito venditore ambulante che inusualmente non mi pressa troppo, con il quale chiacchiero un po’. Nato e cresciuto in un paesino disperso vicino al monte Kenya, è arrivato in città sette anni fa per fare il muratore. Dopo anni di lavoro a quattro euro scarsi a giornata ha deciso di provare a vendere qualche dipinto per strada. “Con la fatica che si fa a fare il muratore, metà della paga se ne andava in cibo” dice, mi propone l’acquisto di una vecchia cartina dell’est Africa, “plastificata!”, ma non abbocco e poco dopo ci separiamo.

Continuando a vagare nella noia mi imbatto in un edificio di una famosa azienda di prodotti naturali che lavora a livello mondiale, divertito dalla cosa faccio due innocenti foto all’edificio. Ecco che due signore, sulla cinquantina, mi chiamano in disparte e si identificano come poliziotte. Il primo pensiero va al modo nel quale mi estorceranno del denaro e come reagirò io.

Mi dicono che è vietato scattare foto in luogo pubblico, non lo sapevo, e che devo assolutamente cancellare quelle appena fatte. “Oggi è domenica e noi siamo cristiane, quindi te la facciamo passare liscia”. Stranito dall’evento, le ringrazio per la comprensione e proseguo il mio cammino. Nel frattempo davanti ad una Stoney Tangawizi, una soda al gusto ginger, termino di leggere uno dei capolavori di Saramago, cecità. Quasi all’unisono vengo a sapere della psicosi scoppiata in Italia, le scuole chiuse, i paesi isolati, i treni fermi sulle rotaie e non posso evitare una comparazione con il romanzo.

Dal niente, per due persone morte, e mi dispiace per loro, è scoppiato l’inferno. La gente sembra non capire più nulla, pensa solo a sé stessa e corre a fare provviste in attesa di una ipotetica carestia che mai arriverà. Ogni anno muoiono milioni di persone per la malaria, lo smog, la fame, ma queste cose non sembrano essere emergenze anzi, neanche se ne parla più ormai.

Arriva l’ora della partenza, alle otto un autobus dovrebbe arrivare al punto indicato. Venti minuti dopo l’ora indicata arriva un signore che vuole prendere il mio zaino, bisticcia un po’ con chi mi ha venduto il biglietto dopodiché vengo invitato a salire su di un tuc-tuc per andare ad un’altra fermata del bus. Mi ribello dicendo che non era quanto pattuito ma loro mi spingono a seguire le istruzioni.

Sul tuc-tuc ci siamo io, un ragazzo che sembra non aver niente a che fare con tutto ciò e tre compari che a quanto pare gestiscono il cambio di fermata. Il tragitto è lungo e ci mettiamo al,meno dieci minuti nei quali penso a cose potrebbe succedere se questi tre, di comune accordo, avessero deciso di caricarmi per derubarmi. Mi girerebbero veramente tanto le palle ma metterei le pive nel sacco e proseguirei con quel che mi sarebbe restato. Non avviene niente di tutto ciò e verso le nove il bus parte alla volta di Kampala.

All’arrivo nel pressi della frontiera noto un buffo cartello “bribe free zone”, zona libera da corruzione, come a legittimare la corruzione in tutto il resto del paese, questa non l’ho proprio capita. Solite rotture di frontiera e alle sei di mattina sto respirando il fumo nero dei veicoli ugandesi che scorrazzano su e giù per le vie della capitale.

Il safari? Si fa a piedi

Trentaquattromilasettecentonove, venticinque e passa chilometri, è il resoconto giornaliero del mio felice telefono. In realtà ne va aggiunto ancora qualche d’uno.

Naivasha, 21 febbraio 2020

Trentaquattromilasettecentonove, venticinque e passa chilometri, è il resoconto giornaliero del mio felice telefono. In realtà ne va aggiunto ancora qualche d’uno.

Giornata pesante, ore sette e mezza colazione con qualche fetta di pane e si parte. Sono venuto fin qui per vedere un parco, l’Hell’s gate park, ed è arrivato il momento di andarci.

La visita si può fare in bici oppure a piedi e da buon viaggiatore spilorcio decido di andare a piedi. Mi incammino lungo i due chilometri che dalla strada principale portano all’entrata, incontro Moses, ragazzo del posto che non è mussulmano, ed insieme arriviamo ai cancelli del parco. Dice di essere una guida e di cercare clienti, metto subito le cose in chiaro e fortunatamente non se la prende. Parliamo del più e del meno, del turismo che ha invaso i suoi luoghi, del suo lavoro, della sua famiglia fino ad arrivare a parlare di promuoversi in quanto guida. Per noi la risposta sarebbe logica, internet e social ormai la fanno da padrone ma ho come il dubbio che qui non sia lo stesso e così chiedo a Moses “qui, avete internet?” la risposta è allo stesso tempo divertente e spiacevole: “più o meno sappiamo cos’è”. Penso ai resort della zona dove una camera può costare mille euro a notte, a chi è venuto da lontano a sfruttare queste terre, ad un governo che se ne frega altamente del benessere del suo popolo ed alla sua istruzione.

Ci dividiamo, lui entra da un passaggio per locals, io pago come se fossi il rè d’Italia. Lo rivedrò un paio di volte all’interno del parco mentre, disoccupato, gira per le stradine sterrate con la sua bicicletta rossa.

Il piano è quello di entrare e fare un determinato trekking, una decina di chilometri in tutto e si torna a casa. Ovviamente la voglia di vedere quanto più è ben viva nella mia testa, sopratutto dopo i ventisei dollari di entrata. Decido quindi di prendere un trekking più lungo, consigliato alle biciclette. In questo trekking c’è una deviazione che allunga il percorso di un paio di chilometri e porta a vedere una cava di ossidiana, non ci vado? Ovvio che sì.

Sono circa due chilometri dopo la cava, ad uno dalla fine della deviazione ma un rumore mi chiama l’attenzione. Mi giro e vedo sbucare da un cespuglio, sulla costa alla mia destra, un animale dalle sembianze feline lungo almeno un metro e mezzo. Scappa ma non molto, il sufficiente per portarsi sul crinale della collina da dove può controllare tutto. Non so che animale sia, ma sta giusto sopra al sentiero che devo percorrere. Rischiare mi sembra una cosa stupida, sopratutto in quest’area del parco per niente battuta. Dietro front, si torna al bivio e si vede che fare.

Al posto di fare un chilometro, ne faccio circa cinque per ritrovarmi al punto di partenza. È presto però e decido di proseguire il Buffalo circuit.

C’è un caldo assordante, le braccia iniziano a prendere quel bel color porpora da tedesco al mare e la bocca si asciuga che è una meraviglia. L’acqua che mi rimane non è molta ma chissene frega, penso al cammino di Santiago quando quaranta chilometri in un giorno erano la normalità ed ora sono solo a quindici. Proseguo anche perchè il bello del parco deve ancora venire, di buon passo copro i sei chilometri e mezzo che mi portano ad un punto panoramico dove però trovo solo il punto.

Sono circa a metà strada, a spanne, posso tornare da dove sono venuto e ripercorrere la strada quasi completamente in discesa prendendo una decisione saggia. O posso proseguire e vedere dove vado a finire visto che di cartine non ne ho e l’unica informazione me la fornisce una mappa molto pressapochista che ho salvato sul telefono se volessi seguire un’idea balorda.

La scelta va da se e viene ripagata poche centinaia di metri dopo, quando mi imbatto in una giraffa che spaventata se ne scappa senza lasciarsi fare una foto.

Fino a quel momento avevo visto gruppi di gazzelle, alcefali e babbuini ma di giraffe e zebre neanche l’ombra.

Proseguo la strada che ora è in discesa, la sete che aumenta passo dopo passo e la voglia di proseguire alimentata da questo posto meraviglioso. Arrivo in una specie di fondo valle, dal quale mancano circa dieci chilometri all’uscita del parco. Mi fermo ed osservo un gruppo di zebre, un’emozione fortissima mi assale e mi fa passare tutte le fatiche, impugno la macchina fotografica e cerco di rappresentare l’incontro come meglio posso. Continuo il cammino incontrando altre zebre e gazzelle ed inizio a vedere anche gruppi di facoceri che tranquilli e beati se ne stanno non lontano dalla strada. Dell’altro verso arrivano tre personaggi, con tre bici. Non capisco quindi perchè ci sia una quarta bici gettata al suolo, sola. Mi avvicino per verificare che le gomme non siano bucate e sembra tutto in regola. Uno dei tre, una guida del posto, vedendomi a piedi e sofferente mi invita a prenderla e proseguire in bicicletta. Non ci credo, sarà karma, culo, caso o qual che sia ma sono felice come una pasqua. Salto in sella e parto beato verso l’uscita.

Non ho visto altre giraffe ma poco importa, la giornata è stata super e sono felicissimo. Fuori dal campeggio incontro pure quattro ragazzi che mi fanno un po’ di domande sull’Italia, rispondo sorridendo mentre li vedo meravigliati per quel che si sentono dire. Una foto e via, voglio solo farmi una doccia, mangiarmi il mango che non ho azzannato stamane e finire le ultime fette di pane stopposo.

Mentre scrivo apro la guida e vedo che nel parco sono molto rari i leopardi e pure i leoni.

Può capitare invece di imbattersi in un ghepardo.

E un altro sogno si realizza

Cercando il matatu che mi porti via da qui, non sono molto a mio agio. Lo zaino ingombrante e pesante mi rende lento e vulnerabile. Forse tutto il pericolo che mi sono creato in testa non esiste davvero..

Naivasha, 20 febbraio 2020

Cercando il matatu che mi porti via da qui, non sono molto a mio agio. Lo zaino ingombrante e pesante mi rende lento e vulnerabile. Forse tutto il pericolo che mi sono creato in testa non esiste davvero ma non voglio sperimentarlo nella realtà.

Un viaggio di due ore che sembra non finire mai, le gambe strette e la musica assordante. Scendo dal pulmino ed arrivo al paese di Naivasha. Non devono passare molti muzungu d queste parti e me ne rendo ben presto conto. Devo recarmi al YMCA, una specie di campeggio con camere gestito da una comunità cristiana. I prezzi che mi sparano per venti minuti di matatu sono impressionanti, dovrei pagare quanto ho pagato da Nairobi a qui per un decimo di strada.

Me ne vado e mi incammino, una soluzione salterà fuori. Mi affianca un signore sostenendo di essere l’agente di una compagnia di trasporti, mi porta al suo bus e con un prezzo ragionevole salgo a bordo.

Nell’attesa ci sono le solite signore che vendono acqua e biscotti, non voglio niente ma cedo alle insistenze di una ragazza alla quale compro dei biscotti, gliene offro alcuni e scambiamo qualche parola. Mi saluta e mi augura una buona permanenza, se ho bisogno, lei è qui.

Mary, così si chiama la ragazza dei biscotti, mi anticipa che sulla strada vedrò qualche animale libero a bordo strada, stento a crederci ma la speranza è talmente tanta che mi appiccico al finestrino e dopo pochi minuti dalla partenza, ecco tre zebre, a meno di cento metri dalla strada che serenamente brucano. Poco dopo, esagerando duecento metri, un gruppo di giraffe se la passa tranquillamente in un boschetto di acacia ad ombrello, l’albero africano per antonomasia.

Devo essere sincero, gli occhi lucidi e un accenno di lacrima per una sorpresa così inaspettata, un altro sogno che si realizza, vale la pena una vita intera per un momento come questo.

Allo YMCA c’è un bel clima, gente tranquilla e sorridente. Karin mi mostra il posto, un parco grande una decina di campi da calcio nel quale vive una piccola comunità che si sostiene con una parte delle entrate della struttura. Tutto bene dice, qui la zona è tranquilla. Unica premura, non uscire la sera specialmente dopo che le luci saranno spente, girano gli ippopotami e sono molto pericolosi. Mi viene da ridere, chi avrebbe mai pensato di arrivare ad avere gli ippopotami nel giardino?!.

Ho fame ma non voglio mangiare fuori, devo risparmiare un po’. Nel villaggio qui vicino, quattro negozi e schiere di baracche realizzate per ospitare i braccianti agricoli alle dipendenze dell’uomo bianco, non trovo granchè se non un po’ di pane, dell’acqua e un mango.

Al negozietto la ragazza scaltra, più lungimirante delle altre, mi chiede se può tenere il resto ma la madre la sgrida, per il sorriso con il quale lo ha chiesto, le lascio una piccola mancia.

I bambini lungo la strada gridano in coro come uno stormo di uccellini “muzungu, how are you?”. Uomo bianco, come stai? Non appena vedono il mango che tengo nella mano destra accorrono a chiedere il regalo, “give me mango”. È la mia colazione di domani e considerando che oggi in tutto il giorno ho mangiato sei fette di pane bianco e una scatola di biscotti, direi che me lo tengo. Un saluto ed un sorriso e riprendo la mia strada. Sono le otto di sera, non resta che aspettare gli ippopotami.

Due vie, due città

è mezzogiorno quando esco di casa, il sole picchia forte ma non troppo, per i miei standard è perfettamente piacevole.

Voglio fare un giro in centro, mangiare qualcosa e scovare il bus per domani.

Nairobi, 19 febbraio 2020

è mezzogiorno quando esco di casa, il sole picchia forte ma non troppo, per i miei standard è perfettamente piacevole.

Voglio fare un giro in centro, mangiare qualcosa e scovare il bus per domani.

Quest’ultima missione la compio velocemente non appena arrivo alla stazione dei matatu, i pulmini che effettuano il trasporto pubblico. Non resta che perdermi tra le via del centro di Nairobi, capitale del Kenya famosa per la sua povertà e per l’alto livello di criminalità.

La stazione si trova vicino a River Road, un quartiere considerato poco raccomandabile. Ne esco quanto prima dirigendomi verso il CBD, il cuore economico e turistico della città, delimitato principalmente da due vie, Kenyatta road e Moi avenue. Il centro sembra appartenere ad un altro stato, le strade sono prive di buche e fornite della miglior segnaletica, gli autisti sono educati e si fermano a ridosso delle strisce pedonali per farti attraversare, i marciapiedi non sono gremiti di gente che urla a squarciagola in cerca di clienti. La gente che popola queste vie, una ventina di isolati al massimo, non ha niente a che vedere con quelli che stanno dall’altra parte, isolati. O forse isolati sono coloro che si trovano qui, confinati alla falsa realtà che Nairobi sia questo. Si vedono le più belle camicie abbinate a cravatte ben strette ed eleganti, negozi di elettronica d’alta classe, macchinoni costosi e polizia, ad ogni angolo.

Mangio qualcosa che seppur caro, non rispecchia la qualità della zona e torno alla stazione dei matatu per tornare alla mia umile stanza. Avvicinandomi alla Moi avenue il panorama varia leggermente con un aumento sensibile della gente in strada. Ma è arrivato alla Moi che mi rendo realmente conto di cosa sia questa via, uno spartiacque, un solco profondo che separa due realtà, tanto vicine quanto distanti. Mi soffermo ad ammirare le centinaia di persone che pervadono quella zona. Sono ovunque. Mendicanti, venditori ambulanti, carrelli di sigarette cellulari e cibo, brutte facce dalle quali cerco di stare alla larga. Non bisogna analizzare troppo la situazione per capire com’è la vita di là. Abiti lisi, gente segnata da cicatrici a volte impressionanti, buche enormi nelle strade, che gli autisti dei pulmini affrontano come se niente fosse con i loro validi mezzi vecchi di venti o più anni e con alle spalle centinaia di migliaia di chilometri. Da noi difficilmente ci si azzarderebbe a tanto nemmeno potendo contare su di una super tecnologica quattro per quattro.

Attraverso l’Acheronte keniota, sull’altra sponda mi attende povertà, rassegnazione e una profonda mancanza di dignità. Dicono che le cose siano migliorate negli ultimi anni e mi auguro continuino a farlo perché seppur a mio avviso non bella, Nairobi è certamente una città che merita più vita e meno rassegnazione.

Kenya, here we go!

Le ruote dell’A 320 stridono e il mastodontico uccello di ferro ha i piedi a terra. Al controllo passaporti i funzionari non sono molto simpatici ma poco importa, sono in Kenya e

Le ruote dell’A 320 stridono e il mastodontico uccello di ferro ha le zampe a terra. Al controllo passaporti i funzionari non sono molto simpatici ma poco importa, sono in Kenya e sono carico come una molla.

Attendo le otto per recarmi a casa di Collins dove un letto trovato su Airbnb mi attente. All’arrivo trovo un gran sorriso e un sacco di ospitalità, che ritrovo fra la gente che mi da direzioni per andare in centro a mangiare qualcosa.

Oggi basta così, voglio riposare un po’ dopo i tre giorni al Cairo.

Incontri sorprendenti

Cairo, 17 febbraio 2020

Oggi non ci sono sveglie a destarmi, solo il crescente rumore delle vie del Cairo. Esco dalla tana che sono quasi le nove, dopo aver conosciuto una peruviana ormai naturalizzata statunitense, venuta fin qui per sbrigare le pratiche di un divorzio ostico da ottenere senza il consenso di suo marito, egiziano.

La colazione non comprenderà cetrioli oggi…

Cairo, 17 febbraio 2020

Oggi non ci sono sveglie a destarmi, solo il crescente rumore delle vie del Cairo. Esco dalla tana che sono quasi le nove, dopo aver conosciuto una peruviana ormai naturalizzata statunitense, venuta fin qui per sbrigare le pratiche di un divorzio ostico da ottenere senza il consenso di suo marito, egiziano.

La colazione non comprenderà cetrioli oggi, il ragazzo dell’ostello mi ha in qualche modo capito e al posto degli orripilanti salsicciotti verdi mi propina un’arancia. Credo che chiunque riceva tale dono ne sia contento e appagato, non io, che fino a quell’istante non avevo mai mangiato un arancia intera a causa del disgusto che mi da la sua consistenza, succosa al principio, filacciosa e tirapiccia poi. Con mio grande stupore la mangio tutta e verso la fine potrei azzardarmi a dire di aver quasi trovato piacere in quel gesto, il mondo cambia e così noi.

Il programma odierno è tosto, così decido di partire subito con i mezzi di trasporto per recarmi al parco Al-Azhar dove pago malvolentieri un euro abbondante per entrare.

La lista comprendeva la visita a due moschee nei dintorni a distanze che si possono coprire tranquillamente a piedi, peccato non aver tenuto conto che non sempre le strade hanno spazio per i pedoni. Queste nella fattispecie non ne avevano per niente. Prendo allora un bus che mi porta un po’ troppo avanti a dove intendevo arrivare e così, un po’ per pigrizia un po’ per disinteresse cambio programma e decido di visitare la zona dove mi trovo e spostarmi altrove.

Mentre cammino tra le sconosciute vie mi salta in mente di attraversare la strada, pratica che qui viene svolta con una tecnica ben precisa e perfezionata nel corso degli anni: buttarsi in strada e schivare le macchine fino a raggiungere le sponda opposta. Così faccio, un pulmino che sopraggiunge a velocità sostenuta però sterza bruscamente per evitare un altro pulmino che, non rispettando affatto l’ordine di precedenza, si getta nella sua traiettoria. Io non posso muovermi perchè dall’altro senso sopraggiungono macchine, tutte velocemente andanti. Me lo son visto vicino il pulmino, e l’autista dev’essersi visto vicino me quando all’ultimo ha sterzato facendo piegare notevolmente di lato il povero mezzo che fortunatamente ha retto ed è riuscito a schivarmi. Un pensiero all’assicurazione medica non fatta va da se. Tutto è bene quel che finisce bene diceva un trio tanti anni fa, potevo rimanere offeso.

Lungo il cammino per le strade del mondo se ne vedono di ogni colore, questa volta tocca ad un gruppo di bimbi appena usciti da scuola che per un motivo a me oscuro iniziano a menarsi, riesco a sfoderare la macchina fotografica e fare qualche scatto indiscreto prima che i più grandi li riprendano separandoli.

L’occhio cade su di una panetteria, ha dei bellissimi dolci e decido di festeggiare i diecimila passi giornalieri con un donut glassato e sette frollini misti con gocce di cioccolato, per la modica cifra di circa cinquanta centesimi di euro. Il risultato è sorprendente essendo tutto veramente buono, me lo godo all’angolo di un incrocio mentre autisti scellerati incasinano un traffico già incasinato.

Che spettacolo le panetterie egiziane, con quel profumo che ti raggiunge ad un isolato di distanza, nonostante altri profumi particolarmente insistenti, e ti accolgono con quei carrelli carichi di torte, pani e biscotti messi fuori in strada a raffreddarsi. Pensate ad un carrello alto quasi due metri, tutto in ferro e carico di pane, appena tolto dal forno a duecento e più gradi. Da noi il povero panettiere verrebbe arrestato per attentato alla salute pubblica con l’aggravante per ustioni volontarie. Qui invece è tutto diverso, più pericoloso forse ma decisamente più facile.

Visto l’esito catastrofico della mia tabella di marcia, con una mossa preventiva mi reco alla stazione dei bus dove spero di trovarne uno che mi porti all’aeroporto, così da poter tornare più tardi con lo zaino e fare direttamente centro.

Alla stazione di Ramses trovo i più variopinti personaggi, tra questi c’è Sajid, Sam per gli amici, autista di taxi che negli anni ha servito personaggi importanti come direttori di giornali, manager di grandi aziende e direttori di banca. Mi fa qualche nome ma non conoscendone uno prendo le sue parole per vere. Non costa niente dar credito ad una persona se le sue parole non arrecano alcun danno. Mi vuole dare a tutti i costi un po’ del suo tè mentre mi spiega quale bus prendere e come muovermi. Un saluto e il suo numero di telefono nel caso di bisogno sanciscono il termine di questo bell’incontro.

I taxisti sono i rompi palle per antonomasia sempre a chiederti se vuoi un passaggio o a proporti tour dai costi esorbitanti e normalmente quando percepiscono il rifiuto la loro azione da amiconi buonisti diventa malgenio e disinteresse. Qui ne ho trovati molti che si comportano in maniera anomala, diversamente dai loro colleghi indiani, tailandesi, marocchini ecc. Capiscono che non vuoi il loro servizio e ti aiutano comunque a raggiungere il tuo obiettivo.

Pranzo con una specie di crepes ripiena di formaggi salatissimi e verdure. Un mattone che spero di poter digerire per il pranzo di Pasqua.

Recuperato lo zaino torno alla stazione di Ramses, per raggiungere la quale devo prendere la metro. All’uscita della metropolitana mi affianca un ragazzino, dice di volermi aiutare e mi guida fino alla stazione. Faccio finta di non conoscere la strada così che si possa sentire più utile.

Anche lui si chiama Sajid, ha quattordici anni ed è un ragazzino veramente educato. Vestito bene e dall’inglese discreto immagino venga da una famiglia di estrazione media, a differenza dei suoi coetanei veste indumenti ben tenuti e puliti ed ha i denti bianchi come il latte. Prima di lasciarlo gli chiedo una foto assieme, si sistema vanitosamente i capelli e imprimiamo questo bell’incontro nella memoria del mio telefono.

Sono sul bus e due personaggi mi si avvicinano con aria di guerra, uno è poliziotto l’altro un semplice cittadino. Ce l’hanno con me perché scattavo foto dall’autobus alla stazione ma quando mento dicendo di essere un fotografo professionista, mi guardano sorridenti. Una sola domanda mi separa dalla pace ed è la seguente “ti piace l’Egitto?”. Potrei rispondere tante cose ma la faccia dei tipi è cupa e minacciosa. “è un posto bellissimo” dico, baciando la punta delle dita chiuse a cipolla, da vero italiano. Il signore traduce quanto detto al poliziotto che svela un sorriso sincero e mi stringe la mano, complimentandosi. Si parte per l’aeroporto.

Più che un viaggio lo definirei un parto, plurigemellare. Oltre due ore angoscianti a seguire le mosse dell’autista sul gps del telefonino, incastrati nel traffico di una Cairo al rientro dalla giornata lavorativa che a singhiozzo avanza verso casa.

All’entrata dell’aeroporto c’è un controllo bagagli, che vede i miei ventotto centimetri di acciaio tailandese e mi chiede spiegazioni, è un coltello acquistato in Asia qualche anno fa. La polizia non ne vuole sapere e l’unica soluzione è essere accompagnato al check-in ed attendere la verifica dello zaino da parte della compagnia aerea. Vengo affidato ad un facchino che si trovava nei dintorno, una cosa seria insomma, che a metà strada verso il banco della Egyptian air mi chiede: “mancia? Mi da la mancia?”. Tiro fuori venti pounds, poco più di un euro, che il ragazzo guarda e intasca. Al check-in lui semplicemente consegna il mio zaino, facendomi saltare la fila di chi coltelli in borsa non ne ha.

Torniamo dalla polizia ed è tutto a posto, non ho capito se il giochino era atto a far intascare un po’ di mancia al facchino o se realmente quella era la procedura usuale.

Un sogno realizzato

Cairo, 16 febbraio 2020

Si direbbe che non c’è il due senza il tre, ma oggi mi sento abbastanza carico da poter stravolgere una certezza come questa.

All’uscita trovo Diò, giapponese in vacanza al Cairo che conosce Vipiteno, paesino non molto vicino al mio ma accomunato dallo stesso confine regionale, che ha conosciuto durante i mondiali di hockey su ghiaccio tenutisi a Parigi. Faceva parte della squadra nazionale under 20.

Prima la metro poi un bus e tra….

Cairo, 16 febbraio 2020

Si direbbe che non c’è il due senza il tre, ma oggi mi sento abbastanza carico da poter stravolgere una certezza come questa.

All’uscita trovo Diò, giapponese in vacanza al Cairo che conosce Vipiteno, paesino non molto vicino al mio ma accomunato dallo stesso confine regionale, che ha conosciuto durante i mondiali di hockey su ghiaccio tenutisi a Parigi. Faceva parte della squadra nazionale under 20.

Prima la metro poi un bus e tra il suo fidato Google e il mio girovagare a casaccio ci ritroviamo, dopo una svolta sottovalutata, davanti al simbolo più conosciuto e citato della storia. Le piramidi egizie.

Vecchi signori raggrinziti dal sole ci propongono un giro a cammello tra le bellezze del loro popolo, dopo qualche rifiuto iniziamo a non farci più caso e proseguiamo imperterriti verso le creazioni millenarie.

Prima di tutte, la sfinge. Forse la vicinanza con le piramidi forse la distanza alla quale vengono tenuti i turisti ma ad esser sincero me l’aspettavo più possente. Resta comunque un’opera magnifica e di una bellezza quasi tangibile. La fotografiamo e la ammiriamo per un lungo periodo dopodiché proseguiamo volta alle piramidi. La loro storia è ben conosciuta e forse anche troppo studiata, vale la pena però ricordare che la grande piramide, una delle tre qui presenti, è l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ad essere ancora prevalentemente integra.

Perdo Diò poco dopo quando decide di entrare a visitare la grande piramide pagando un bel extra al biglietto d’entrata al complesso e io mi rifiuto, preferendo restare con quasi venti euro in più in tasca.

Il mio amato telefono mi avvisa felicitante che ho raggiunto la meta giornaliera di diecimila passi, circa sette chilometri mentre il sole è sempre più alto e, velato da una piacevole brezza, si fa sentire sulla pelle secca. È mezzogiorno ed è ora di cambiare zona.

Ancora bus e ancora metro. Un giovane sui trent’anni mi strappa un sorriso inaspettato quando, salito sul vagone della metro, sceglie me tra tutti i presenti per chiedere informazioni, e lo fa in arabo come se fosse la cosa più naturale di sempre. Sorrido e gli dico di non capire l’arabo, anche se dentro di me avrei più volgarmente voluto dirgli che mi dispiaceva, ma non stavo capendo un cazzo.

Mi perdo nei dintorni del bazar di Khan el-Khalili, cercando di schivare quanto più possibile le bancarelle di esche per turisti e gli abili pescatori. Una strada divide il quartiere dalla moschea Al-Azhar. Mi ci reco e scopro un bellissimo luogo di culto, di quelli che ti fanno pensare ad una conversione seduta stante. Colgo inoltre un particolare che non mi aveva mai suscitato interesse finora, le moschee hanno una sorta di ante ingresso dove i fedeli possono recarsi a studiare i testi sacri e trascorrere brevi momenti di quotidianità creando così coesione all’interno del luogo religioso piuttosto che all’esterno.

Anche per oggi ho visto quanto speravo, un boccone al volo in un locale un po’ turistico e sono a casa

Una bella sorpresa

Cairo, 15 febbraio 2020

L’unico pensiero che si presenta alla porta delle sette e mezza di mattina è: “ma che cazzo di idee hai a mettere la sveglia così presto?!?”. La spengo e mi giro. Alle dieci e quaranta esco dal mio covo come un orso dopo mesi di letargo, in cerca di cibo. E lo trovo. Mi sbaffo la colazione dell’ostello che questa volta è realmente ottima e abbondante, falafel, hummus, insalata, frutta e caffè. Ne approfitto per mettere a mappa i punti che vorrei visitare così….

Cairo, 15 febbraio 2020

L’unico pensiero che si presenta alla porta delle sette e mezza di mattina è: “ma che cazzo di idee hai a mettere la sveglia così presto?!?”. La spengo e mi giro. Alle dieci e quaranta esco dal mio covo come un orso dopo mesi di letargo, in cerca di cibo. E lo trovo. Mi sbaffo la colazione dell’ostello che questa volta è realmente ottima e abbondante, falafel, hummus, insalata, frutta e caffè. Ne approfitto per mettere a mappa i punti che vorrei visitare così da poter dare un filo logico al percorso una volta là fuori.

Esco verso mezzogiorno direzione museo egizio. Il preambolo dell’aereo qui si riconferma in tutto il suo sfascio. L’esposizione mozzafiato, comprensiva di sfingi, mummie, papiri e sarcofagi di almeno duemila anni, è accatastata in questo polveroso edificio come se vecchi televisori imballati in un magazzino dimenticato. Dovrebbero cambiargli nome in museo del museo egiziano, perché è un’attrazione a matriosca. Vecchie teche probabilmente risalenti al 1891, anno d’apertura del museo, chiuse da lucchetti di altrettanto anziani. Statue e manufatti di pietra posti qua e là alla mercé di sprovveduti visitatori che accarezzano gli oggetti, ricordando il momento con un telefono, lasciando un segno indelebile a conferma dell’ignoranza dell’uomo moderno, non solo incapace di creare beni duraturi ma distruttore di ciò che trova sul suo percorso.

Prossima tappa piazza Tahrir, non prima di avvicinarmi alle sponde del Nilo per rubare qualche scatto.

Come spesso accade, vengo fermato da un anziano signore che insiste per mostrarmi una galleria d’arte pretendendo di esserne il proprietario. Poco dopo il nostro arrivo, il simpatico vecchietto viene sostituito da un giovane ben più scaltro ma che capisce in fretta le mie intenzioni così spegne la luce del negozio e suona un campanello, all’istante mi allarmo molto sopratutto quando mi chiede insistentemente “vuoi comprare qualcosa adesso?”. Scruto il negozio, la porta, non so se scappare o aspettare e vedere come si evolve la situazione. Decido per la seconda, non ho niente da perdere e sono curioso di scoprire cosa questo signorotto abbia in serbo. Non succede praticamente niente, un ragazzino spunta dal nulla e risistema tutti i dipinti sparsi al suolo mentre lui mi guarda scocciato e mi invita ad andarmene, chiusura imminente.

Ripensandoci mi viene da ridere, le proiezioni del nostro cervello spesso sono esagerate.

Una piazza come qualsiasi altra, anzi, ma importantissima per la recente storia egizia che vide in questo luogo sfilare in protesta migliaia di persone che in quell’inizio di estate duemilatredici portò al colpo di stato e alla destituzione dell’attuale presidente, eletto democraticamente, un po’ troppo incline ad una politica filo islamica. Si riflette molto in questi posti, ci si trova sempre un’atmosfera positiva a ricordo di quanto conquistato. Il paragone con il mio paese va da sé, seppur non molto sensato.

È già tardi, sono quasi le cinque ed i raggi del sole iniziano ad affievolirsi. Meglio darsi una mossa se voglio vedere la Cairo storica che raggiungo con due fermate di metro.

Bella, polverosa e caotica, sfila davanti ai miei occhi mentre scompaiono le ultime luci dal cielo.

Sono quasi le sette ed è da quando ho lasciato l’ostello che non mangio qualcosa. Un kushari strappalacrime mi riempie per bene e mi accompagna di ritorno all’ostello. Anche oggi una bella giornata piena. Domani sveglia presto, ci riprovo

Aria nuova

Cairo, 14 febbraio 2020

Un ATM che si pappa la mia carta, l’unica che ho, e non dice niente, mi fa passare alcuni istanti di sudore freddo sull’incazzato. Poi per fortuna fa la brava e ricompensa la mia pazienza con una lauda somma di denaro.

Cairo, 14 febbraio 2020

Un ATM che si pappa la mia carta, l’unica che ho, e non dice niente, mi fa passare alcuni istanti di sudore freddo sull’incazzato. Poi per fortuna fa la brava e ricompensa la mia pazienza con una lauda somma di denaro.

Ad aspettare fuori dall’aeroporto ci sono i soliti taxisti o presunti tali che cercano clienti. Io mi imbatto nella seconda categoria, quelli che propongono e siglano il patto per poi portarti da un improbabile collega che fa il lavoro sporco. Provo ad abbassare il prezzo ed inizialmente sembro riuscirci salvo poi ricredermi quando ormai a bordo del taxi mi svela il trucco. Lo sconto sarà la mancia da dare all’autista. È tardi, sono stanco e voglio sprofondare in un sonno lontano anni luce da dove mi trovo ora così lascio stare e si parte.

L’autista mi chiede se ho il “net”, immagino intenda internet sul telefono perchè lui non ha la minima idea di dove andare e non conosce la zona dove dobbiamo recarci. Partiamo e alla fine capisco che per “net” intendeva un gps che gli potesse dare la direzione. Oltre a dover pagare prezzo pieno, mi è toccato pure fare da copilota. Proverò a fare leva su questo dettaglio all’ora del pagamento, ma non funzionerà. Mohammed parte come un pazzo e si lancia sulla strada che dritta come una spada si infila nel cuore del Cairo.

Di posti ne ho visti e di taxi ne ho presi tanti, ma questi sono folli. Sembra di trovarsi su di un tuc-tuc in una movimentata notte nel centro di Bangkok dove la strada è una lingua di asfalto sulla quale non esistono regole ed ogni parte della segnaletica è puramente atta a decorazione. La piccola differenza sta nel mezzo utilizzato, in partenza dall’aeroporto sono tutte macchine nuove e potenti.

Richiamo l’attenzione di Mohammed durante la sua guida alla Fast&Furious per fargli notare che ai 130 all’ora zigzagando in questo modo, la cintura sarebbe auspicabile. Per tutta risposta fa segno al cielo con il suo dito grassoccio e dice che Allah ci vede e ci protegge. Sarà, ma io la cintura me la metto.

Arrivo in ostello dopo cinque piani fatti a scale per non aver visto l’ascensore, scrivo quanto sopra e sprofondo in un sonno lontano anni luce da dove mi trovo ora.

Si riparte

Treno per Maplensa, 14 febbraio 2020

Finalmente sono sul treno, un bel respiro profondo spazza via tutte le preoccupazioni, quel che è stato non può esser cambiato ed io ora sono lontano dal poter influenzare gli eventi.

Treno per Maplensa, 14 febbraio 2020

Finalmente sono sul treno, un bel respiro profondo spazza via tutte le preoccupazioni, quel che è stato non può esser cambiato ed io ora sono lontano dal poter influenzare gli eventi.

Gli ultimi giorni sono stati da incubo, l’ho fatto? Cosa manca ancora?, domande che alla velocità della luce, a circolo come in un motore sparato a migliaia di rotazioni al minuto, seguivano e anticipavano pensieri nauseanti, devo lavare i piatti, devo sistemare il casino che ho lasciato in giardino, devo potare le vigne, devo passare in farmacia a prendere il Ledum Palustre che ho ordinato, perché sì, non voglio beccarmi qualche brutta malattia per non essermi minimamente protetto e voglio potermi dire “almeno c’hai provato” nel caso la malasorte mi venga a far visita.

L’incertezza è il vento che ha riempito le vele della barca che sono questi miei ultimi giorni prima della partenza, vento che si placava alla lettura dell’ennesima notizia assurda di violente, razzismo e malapolitica, vento che batteva impetuoso sulla mia esile imbarcazione all’incontro di persone speciali che ti lasciano qualcosa, un pacchetto da mettere in stiva e portare per sempre con te.

Al bar della stazione, questa mattina, la barista non sembrava essersi svegliata con il piede giusto.

Lenta ed agognante svolge il suo compito di soddisfare la clientela finché arriva il mio turno, alla richiesta di un piccolo piacere lei risponde sgarbata “un attimo, una cosa alla volta”, poi fa il conto e tralascia volutamente lo sconto dell’offerta merenda e quando ciò le viene fatto notare sbuffa, cercando di svincolarsi dalla colpa di avere sì fatto gli interessi del capo ma non senza un piacere suo, punitivo. Non mi arrabbio, anzi la capisco. Non è facile alzarsi ogni giorno e recarsi all’interno di quattro mura, su una strada o in una macchina e, contro la propria voglia, attendere l’arrivo dell’ora x che sancisce la fine di quella tortura stile cinese. Ogni cosa si tramuta in rabbia, frustrazione e bisogno di sfogo. Meglio così per quella signora, che almeno un po’ di rabbia la vende ai passanti che se la portano via, verso altri lidi, verso altri clienti.

L’altoparlante parla, “Verona Porta Nuova”, è la mia stazione dalla quale il viaggio proseguirà verso Milano con una delle super tecnologiche Freccia Rossa, reduci da un fatale imprevisto, e da lì all’aeroporto.

Verona ha sempre avuto un certo fascino per me, forse perché fu la città che mi permise di fare il primo passo verso il cammino alla mia libertà quando, su permesso dei miei genitori, saltai scuola e andai in treno da solo fino a Verona dove due “amici” conosciuti su di un forum per smanettoni mi stavano aspettando. Scopo della giornata: maltrattare un povero innocente computer con del ghiaccio secco e ogni sorta di arnese che potesse generare freddo, il tutto per strappargli una prestazione software in quel momento a noi tanto cara. Tutto filò per il meglio e tornai a casa contento, felice per quel primo segno di fiducia che veniva da mio papà e mia mamma. Avevo sedici anni.

Un panino con falafel ed una birra al chiosco vicino alla stazione, un salto alla Feltrinelli e dopo ventisei euro spesi per una guida del Kenya, salgo al binario 6.

Case popolari, un edificio di epoca mussoliniana e qualche fischio dopo sono al T1 dell’aeroporto di Malpensa, ottimo specchio di un Italia in stallo. Le scale mobili cigolanti, le pubblicità sgargianti, i militari in assetto da guerra a piantonare ogni entrata. Uno spaccato dell’odierna Italia più chiaro penso sia difficile da ottenere.

Chiamo Luca che non sento da molto tempo e che per un intrecciarsi di pigrizia e mancanza di tempo non sono riuscito a vedere prima che parta, e che partissi io.

Sulla mia strada incontro una figura forse anche lei stanca del suo lavoro o più semplicemente delusa da questo San Valentino che con accento napoletano mi sgrida mentre parlo con Luca all’entrata dei controlli di sicurezza. Questa volta non la capisco e in malo modo le chiedo di farmi uscire; sto parlando al telefono e le sue premure sulla sicurezza nazionale mi sembrano leggermente fuori luogo.

Incontro un tapis roulant che non funziona sulla rotta verso il gate. A bordo sembra già di essere in Egitto. Sedili grandi e morbidi, inusuali per un volo economico, mediamente usurati e segnati dal tempo. Sono a due metri dal bagno e ne approfitto prima del decollo, sporchi e puzzolenti come dovrebbero essere dei bagni che si possano definire africani nei quali si spande dolcemente un suono flautesco, molto arabeggiante. Mi piace questo volo, mi piace questo aereo.

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