Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina.
Agostino d’Ippona.
È una calda giornata d’inverno, suona strano se scritto dalla scrivania di casa mia, in Italia, ma a Jodhpur, in India, non è così anomalo. È una mattina e sono appena sceso dal bus che mi ha cullato tutta la notte nel viaggio da un’altra città.
L’email che mi ha scritto il proprietario dell’ostello dove andrò a stare per i prossimi giorni parla chiaro, “non dar fiducia a nessuno e stai attento a dove ti portano i richshaw, c’è una combutta verso di me e ti diranno che l’ostello è chiuso pur di portarti da un’altra parte”; non c’è problema avevo risposto, sono abituato a camminare per diversi chilometri con lo zaino in spalla, mi ha sempre permesso di risparmiare qualche soldo. Così mi avvio verso l’ostello, pantaloni lunghi in rispetto della loro cultura, maniche corte e un bel paio di infradito, perfette per le strade pulite e ordinate dell’India.
Cammino per alcune centinaia di metri finché un branco di cani incazzati non mi vuol far passare. Avessi avuto degli scarponi belli tosti avrei anche potuto provare a forzare il blocco ma conciato com’ero non sapevo che fare; non c’era via di uscita perchè i maledetti, abbaiando e ringhiando, avevano radunato tutti i canidi del vicinato e ora ne avevo tutt’attorno.
Ad essere a casa, dove è già raro vedere dei cani ringhiare, la paura di contrarre chissà quale malattia non mi passerebbe neanche per la testa ma lì, alimentata dalla mancanza di un’assicurazione medica, l’apprensione mi si è manifestata in tutto il suo splendore, facendo si che mi cacassi sotto, specialmente quando quei malefici carnivori avanzavano verso di me.
Dal nulla, come un Superman dei poveri, arriva un signore su di una vecchia moto mezza scassata e con il suo inglese accennato mi invita a salire. Sgusciamo via da quella brutta situazione alzando i piedi cosi da non poter esser morsi e proseguiamo fino a che, venuto a sapere il nome dell’ostello presso il quale ero diretto, di sua spontanea volontà mi porta fino all’uscio. Ringrazio immensamente e lo ringrazio ancora quando dice di non voler assolutamente niente, esterrefatto cerco di capire che bella cosa mi è appena successa, mi avvio verso la porta della mia reggia, l’ultimo sguardo a cercare gli occhi del mio salvatore. Mi da il benvenuto alla città blu, e se ne va.