Aspettando il bus

La mattina che segue il mini safari inizia presto. Voglio prendere un matatu e tornare in paese per poi da lì, andare a Nakaru da dove troverò un bus per uscire dal paese.

Kampala, 24 febbraio 2020

La mattina che segue il mini safari inizia presto. Voglio prendere un matatu e tornare in paese per poi da lì, andare a Nakaru da dove troverò un bus per uscire dal paese.

La giornata sotto il sole mi ha cotto a puntino, le braccia, il coppino e il viso sono ancora rossi e iniziano a fare male. Arrivato a Nakaru cerco una crema che mi possa dare un po’ di sollievo ma in farmacia non trovo niente, qui in effetti non credo ne abbiano di questi problemi. In un occasione, entrando in farmacia e manifestando il mio bisogno, mostro il braccio rosso e la differenza creata dalla maglietta sotto la quale la pelle è pallida, figlia dell’inverno trascorso a casa. Non capisce cosa stia cercando tanto da chiedermi “quindi vorresti la pelle liscia come lì, senza peli?”, il suo collega però intuisce che la differenza di colore non è naturale e così riusciamo a capirci, senza comunque trovare una soluzione.

Mi addormento a stento, è sabato e sotto alla mia camera c’è un bar che spara musica fino a tarda notte.

Il giorno seguente lascio la stanza e resto nel limbo della nulla facenza dato che il bus per Kampala è alle otto di sera.

Cammino su e giù per la cittadina passando qualche momento assorto nella lettura prima in un bar, poi in un ristorante. È in uno di questo spostamenti che incontro John, solito venditore ambulante che inusualmente non mi pressa troppo, con il quale chiacchiero un po’. Nato e cresciuto in un paesino disperso vicino al monte Kenya, è arrivato in città sette anni fa per fare il muratore. Dopo anni di lavoro a quattro euro scarsi a giornata ha deciso di provare a vendere qualche dipinto per strada. “Con la fatica che si fa a fare il muratore, metà della paga se ne andava in cibo” dice, mi propone l’acquisto di una vecchia cartina dell’est Africa, “plastificata!”, ma non abbocco e poco dopo ci separiamo.

Continuando a vagare nella noia mi imbatto in un edificio di una famosa azienda di prodotti naturali che lavora a livello mondiale, divertito dalla cosa faccio due innocenti foto all’edificio. Ecco che due signore, sulla cinquantina, mi chiamano in disparte e si identificano come poliziotte. Il primo pensiero va al modo nel quale mi estorceranno del denaro e come reagirò io.

Mi dicono che è vietato scattare foto in luogo pubblico, non lo sapevo, e che devo assolutamente cancellare quelle appena fatte. “Oggi è domenica e noi siamo cristiane, quindi te la facciamo passare liscia”. Stranito dall’evento, le ringrazio per la comprensione e proseguo il mio cammino. Nel frattempo davanti ad una Stoney Tangawizi, una soda al gusto ginger, termino di leggere uno dei capolavori di Saramago, cecità. Quasi all’unisono vengo a sapere della psicosi scoppiata in Italia, le scuole chiuse, i paesi isolati, i treni fermi sulle rotaie e non posso evitare una comparazione con il romanzo.

Dal niente, per due persone morte, e mi dispiace per loro, è scoppiato l’inferno. La gente sembra non capire più nulla, pensa solo a sé stessa e corre a fare provviste in attesa di una ipotetica carestia che mai arriverà. Ogni anno muoiono milioni di persone per la malaria, lo smog, la fame, ma queste cose non sembrano essere emergenze anzi, neanche se ne parla più ormai.

Arriva l’ora della partenza, alle otto un autobus dovrebbe arrivare al punto indicato. Venti minuti dopo l’ora indicata arriva un signore che vuole prendere il mio zaino, bisticcia un po’ con chi mi ha venduto il biglietto dopodiché vengo invitato a salire su di un tuc-tuc per andare ad un’altra fermata del bus. Mi ribello dicendo che non era quanto pattuito ma loro mi spingono a seguire le istruzioni.

Sul tuc-tuc ci siamo io, un ragazzo che sembra non aver niente a che fare con tutto ciò e tre compari che a quanto pare gestiscono il cambio di fermata. Il tragitto è lungo e ci mettiamo al,meno dieci minuti nei quali penso a cose potrebbe succedere se questi tre, di comune accordo, avessero deciso di caricarmi per derubarmi. Mi girerebbero veramente tanto le palle ma metterei le pive nel sacco e proseguirei con quel che mi sarebbe restato. Non avviene niente di tutto ciò e verso le nove il bus parte alla volta di Kampala.

All’arrivo nel pressi della frontiera noto un buffo cartello “bribe free zone”, zona libera da corruzione, come a legittimare la corruzione in tutto il resto del paese, questa non l’ho proprio capita. Solite rotture di frontiera e alle sei di mattina sto respirando il fumo nero dei veicoli ugandesi che scorrazzano su e giù per le vie della capitale.

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