Naivasha, 21 febbraio 2020
Trentaquattromilasettecentonove, venticinque e passa chilometri, è il resoconto giornaliero del mio felice telefono. In realtà ne va aggiunto ancora qualche d’uno.
Giornata pesante, ore sette e mezza colazione con qualche fetta di pane e si parte. Sono venuto fin qui per vedere un parco, l’Hell’s gate park, ed è arrivato il momento di andarci.
La visita si può fare in bici oppure a piedi e da buon viaggiatore spilorcio decido di andare a piedi. Mi incammino lungo i due chilometri che dalla strada principale portano all’entrata, incontro Moses, ragazzo del posto che non è mussulmano, ed insieme arriviamo ai cancelli del parco. Dice di essere una guida e di cercare clienti, metto subito le cose in chiaro e fortunatamente non se la prende. Parliamo del più e del meno, del turismo che ha invaso i suoi luoghi, del suo lavoro, della sua famiglia fino ad arrivare a parlare di promuoversi in quanto guida. Per noi la risposta sarebbe logica, internet e social ormai la fanno da padrone ma ho come il dubbio che qui non sia lo stesso e così chiedo a Moses “qui, avete internet?” la risposta è allo stesso tempo divertente e spiacevole: “più o meno sappiamo cos’è”. Penso ai resort della zona dove una camera può costare mille euro a notte, a chi è venuto da lontano a sfruttare queste terre, ad un governo che se ne frega altamente del benessere del suo popolo ed alla sua istruzione.
Ci dividiamo, lui entra da un passaggio per locals, io pago come se fossi il rè d’Italia. Lo rivedrò un paio di volte all’interno del parco mentre, disoccupato, gira per le stradine sterrate con la sua bicicletta rossa.
Il piano è quello di entrare e fare un determinato trekking, una decina di chilometri in tutto e si torna a casa. Ovviamente la voglia di vedere quanto più è ben viva nella mia testa, sopratutto dopo i ventisei dollari di entrata. Decido quindi di prendere un trekking più lungo, consigliato alle biciclette. In questo trekking c’è una deviazione che allunga il percorso di un paio di chilometri e porta a vedere una cava di ossidiana, non ci vado? Ovvio che sì.
Sono circa due chilometri dopo la cava, ad uno dalla fine della deviazione ma un rumore mi chiama l’attenzione. Mi giro e vedo sbucare da un cespuglio, sulla costa alla mia destra, un animale dalle sembianze feline lungo almeno un metro e mezzo. Scappa ma non molto, il sufficiente per portarsi sul crinale della collina da dove può controllare tutto. Non so che animale sia, ma sta giusto sopra al sentiero che devo percorrere. Rischiare mi sembra una cosa stupida, sopratutto in quest’area del parco per niente battuta. Dietro front, si torna al bivio e si vede che fare.
Al posto di fare un chilometro, ne faccio circa cinque per ritrovarmi al punto di partenza. È presto però e decido di proseguire il Buffalo circuit.
C’è un caldo assordante, le braccia iniziano a prendere quel bel color porpora da tedesco al mare e la bocca si asciuga che è una meraviglia. L’acqua che mi rimane non è molta ma chissene frega, penso al cammino di Santiago quando quaranta chilometri in un giorno erano la normalità ed ora sono solo a quindici. Proseguo anche perchè il bello del parco deve ancora venire, di buon passo copro i sei chilometri e mezzo che mi portano ad un punto panoramico dove però trovo solo il punto.
Sono circa a metà strada, a spanne, posso tornare da dove sono venuto e ripercorrere la strada quasi completamente in discesa prendendo una decisione saggia. O posso proseguire e vedere dove vado a finire visto che di cartine non ne ho e l’unica informazione me la fornisce una mappa molto pressapochista che ho salvato sul telefono se volessi seguire un’idea balorda.
La scelta va da se e viene ripagata poche centinaia di metri dopo, quando mi imbatto in una giraffa che spaventata se ne scappa senza lasciarsi fare una foto.
Fino a quel momento avevo visto gruppi di gazzelle, alcefali e babbuini ma di giraffe e zebre neanche l’ombra.
Proseguo la strada che ora è in discesa, la sete che aumenta passo dopo passo e la voglia di proseguire alimentata da questo posto meraviglioso. Arrivo in una specie di fondo valle, dal quale mancano circa dieci chilometri all’uscita del parco. Mi fermo ed osservo un gruppo di zebre, un’emozione fortissima mi assale e mi fa passare tutte le fatiche, impugno la macchina fotografica e cerco di rappresentare l’incontro come meglio posso. Continuo il cammino incontrando altre zebre e gazzelle ed inizio a vedere anche gruppi di facoceri che tranquilli e beati se ne stanno non lontano dalla strada. Dell’altro verso arrivano tre personaggi, con tre bici. Non capisco quindi perchè ci sia una quarta bici gettata al suolo, sola. Mi avvicino per verificare che le gomme non siano bucate e sembra tutto in regola. Uno dei tre, una guida del posto, vedendomi a piedi e sofferente mi invita a prenderla e proseguire in bicicletta. Non ci credo, sarà karma, culo, caso o qual che sia ma sono felice come una pasqua. Salto in sella e parto beato verso l’uscita.
Non ho visto altre giraffe ma poco importa, la giornata è stata super e sono felicissimo. Fuori dal campeggio incontro pure quattro ragazzi che mi fanno un po’ di domande sull’Italia, rispondo sorridendo mentre li vedo meravigliati per quel che si sentono dire. Una foto e via, voglio solo farmi una doccia, mangiarmi il mango che non ho azzannato stamane e finire le ultime fette di pane stopposo.
Mentre scrivo apro la guida e vedo che nel parco sono molto rari i leopardi e pure i leoni.
Può capitare invece di imbattersi in un ghepardo.