Naivasha, 20 febbraio 2020
Cercando il matatu che mi porti via da qui, non sono molto a mio agio. Lo zaino ingombrante e pesante mi rende lento e vulnerabile. Forse tutto il pericolo che mi sono creato in testa non esiste davvero ma non voglio sperimentarlo nella realtà.
Un viaggio di due ore che sembra non finire mai, le gambe strette e la musica assordante. Scendo dal pulmino ed arrivo al paese di Naivasha. Non devono passare molti muzungu d queste parti e me ne rendo ben presto conto. Devo recarmi al YMCA, una specie di campeggio con camere gestito da una comunità cristiana. I prezzi che mi sparano per venti minuti di matatu sono impressionanti, dovrei pagare quanto ho pagato da Nairobi a qui per un decimo di strada.
Me ne vado e mi incammino, una soluzione salterà fuori. Mi affianca un signore sostenendo di essere l’agente di una compagnia di trasporti, mi porta al suo bus e con un prezzo ragionevole salgo a bordo.
Nell’attesa ci sono le solite signore che vendono acqua e biscotti, non voglio niente ma cedo alle insistenze di una ragazza alla quale compro dei biscotti, gliene offro alcuni e scambiamo qualche parola. Mi saluta e mi augura una buona permanenza, se ho bisogno, lei è qui.
Mary, così si chiama la ragazza dei biscotti, mi anticipa che sulla strada vedrò qualche animale libero a bordo strada, stento a crederci ma la speranza è talmente tanta che mi appiccico al finestrino e dopo pochi minuti dalla partenza, ecco tre zebre, a meno di cento metri dalla strada che serenamente brucano. Poco dopo, esagerando duecento metri, un gruppo di giraffe se la passa tranquillamente in un boschetto di acacia ad ombrello, l’albero africano per antonomasia.
Devo essere sincero, gli occhi lucidi e un accenno di lacrima per una sorpresa così inaspettata, un altro sogno che si realizza, vale la pena una vita intera per un momento come questo.
Allo YMCA c’è un bel clima, gente tranquilla e sorridente. Karin mi mostra il posto, un parco grande una decina di campi da calcio nel quale vive una piccola comunità che si sostiene con una parte delle entrate della struttura. Tutto bene dice, qui la zona è tranquilla. Unica premura, non uscire la sera specialmente dopo che le luci saranno spente, girano gli ippopotami e sono molto pericolosi. Mi viene da ridere, chi avrebbe mai pensato di arrivare ad avere gli ippopotami nel giardino?!.
Ho fame ma non voglio mangiare fuori, devo risparmiare un po’. Nel villaggio qui vicino, quattro negozi e schiere di baracche realizzate per ospitare i braccianti agricoli alle dipendenze dell’uomo bianco, non trovo granchè se non un po’ di pane, dell’acqua e un mango.
Al negozietto la ragazza scaltra, più lungimirante delle altre, mi chiede se può tenere il resto ma la madre la sgrida, per il sorriso con il quale lo ha chiesto, le lascio una piccola mancia.
I bambini lungo la strada gridano in coro come uno stormo di uccellini “muzungu, how are you?”. Uomo bianco, come stai? Non appena vedono il mango che tengo nella mano destra accorrono a chiedere il regalo, “give me mango”. È la mia colazione di domani e considerando che oggi in tutto il giorno ho mangiato sei fette di pane bianco e una scatola di biscotti, direi che me lo tengo. Un saluto ed un sorriso e riprendo la mia strada. Sono le otto di sera, non resta che aspettare gli ippopotami.