Due vie, due città

è mezzogiorno quando esco di casa, il sole picchia forte ma non troppo, per i miei standard è perfettamente piacevole.

Voglio fare un giro in centro, mangiare qualcosa e scovare il bus per domani.

Nairobi, 19 febbraio 2020

è mezzogiorno quando esco di casa, il sole picchia forte ma non troppo, per i miei standard è perfettamente piacevole.

Voglio fare un giro in centro, mangiare qualcosa e scovare il bus per domani.

Quest’ultima missione la compio velocemente non appena arrivo alla stazione dei matatu, i pulmini che effettuano il trasporto pubblico. Non resta che perdermi tra le via del centro di Nairobi, capitale del Kenya famosa per la sua povertà e per l’alto livello di criminalità.

La stazione si trova vicino a River Road, un quartiere considerato poco raccomandabile. Ne esco quanto prima dirigendomi verso il CBD, il cuore economico e turistico della città, delimitato principalmente da due vie, Kenyatta road e Moi avenue. Il centro sembra appartenere ad un altro stato, le strade sono prive di buche e fornite della miglior segnaletica, gli autisti sono educati e si fermano a ridosso delle strisce pedonali per farti attraversare, i marciapiedi non sono gremiti di gente che urla a squarciagola in cerca di clienti. La gente che popola queste vie, una ventina di isolati al massimo, non ha niente a che vedere con quelli che stanno dall’altra parte, isolati. O forse isolati sono coloro che si trovano qui, confinati alla falsa realtà che Nairobi sia questo. Si vedono le più belle camicie abbinate a cravatte ben strette ed eleganti, negozi di elettronica d’alta classe, macchinoni costosi e polizia, ad ogni angolo.

Mangio qualcosa che seppur caro, non rispecchia la qualità della zona e torno alla stazione dei matatu per tornare alla mia umile stanza. Avvicinandomi alla Moi avenue il panorama varia leggermente con un aumento sensibile della gente in strada. Ma è arrivato alla Moi che mi rendo realmente conto di cosa sia questa via, uno spartiacque, un solco profondo che separa due realtà, tanto vicine quanto distanti. Mi soffermo ad ammirare le centinaia di persone che pervadono quella zona. Sono ovunque. Mendicanti, venditori ambulanti, carrelli di sigarette cellulari e cibo, brutte facce dalle quali cerco di stare alla larga. Non bisogna analizzare troppo la situazione per capire com’è la vita di là. Abiti lisi, gente segnata da cicatrici a volte impressionanti, buche enormi nelle strade, che gli autisti dei pulmini affrontano come se niente fosse con i loro validi mezzi vecchi di venti o più anni e con alle spalle centinaia di migliaia di chilometri. Da noi difficilmente ci si azzarderebbe a tanto nemmeno potendo contare su di una super tecnologica quattro per quattro.

Attraverso l’Acheronte keniota, sull’altra sponda mi attende povertà, rassegnazione e una profonda mancanza di dignità. Dicono che le cose siano migliorate negli ultimi anni e mi auguro continuino a farlo perché seppur a mio avviso non bella, Nairobi è certamente una città che merita più vita e meno rassegnazione.

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