Incontri sorprendenti

Cairo, 17 febbraio 2020

Oggi non ci sono sveglie a destarmi, solo il crescente rumore delle vie del Cairo. Esco dalla tana che sono quasi le nove, dopo aver conosciuto una peruviana ormai naturalizzata statunitense, venuta fin qui per sbrigare le pratiche di un divorzio ostico da ottenere senza il consenso di suo marito, egiziano.

La colazione non comprenderà cetrioli oggi…

Cairo, 17 febbraio 2020

Oggi non ci sono sveglie a destarmi, solo il crescente rumore delle vie del Cairo. Esco dalla tana che sono quasi le nove, dopo aver conosciuto una peruviana ormai naturalizzata statunitense, venuta fin qui per sbrigare le pratiche di un divorzio ostico da ottenere senza il consenso di suo marito, egiziano.

La colazione non comprenderà cetrioli oggi, il ragazzo dell’ostello mi ha in qualche modo capito e al posto degli orripilanti salsicciotti verdi mi propina un’arancia. Credo che chiunque riceva tale dono ne sia contento e appagato, non io, che fino a quell’istante non avevo mai mangiato un arancia intera a causa del disgusto che mi da la sua consistenza, succosa al principio, filacciosa e tirapiccia poi. Con mio grande stupore la mangio tutta e verso la fine potrei azzardarmi a dire di aver quasi trovato piacere in quel gesto, il mondo cambia e così noi.

Il programma odierno è tosto, così decido di partire subito con i mezzi di trasporto per recarmi al parco Al-Azhar dove pago malvolentieri un euro abbondante per entrare.

La lista comprendeva la visita a due moschee nei dintorni a distanze che si possono coprire tranquillamente a piedi, peccato non aver tenuto conto che non sempre le strade hanno spazio per i pedoni. Queste nella fattispecie non ne avevano per niente. Prendo allora un bus che mi porta un po’ troppo avanti a dove intendevo arrivare e così, un po’ per pigrizia un po’ per disinteresse cambio programma e decido di visitare la zona dove mi trovo e spostarmi altrove.

Mentre cammino tra le sconosciute vie mi salta in mente di attraversare la strada, pratica che qui viene svolta con una tecnica ben precisa e perfezionata nel corso degli anni: buttarsi in strada e schivare le macchine fino a raggiungere le sponda opposta. Così faccio, un pulmino che sopraggiunge a velocità sostenuta però sterza bruscamente per evitare un altro pulmino che, non rispettando affatto l’ordine di precedenza, si getta nella sua traiettoria. Io non posso muovermi perchè dall’altro senso sopraggiungono macchine, tutte velocemente andanti. Me lo son visto vicino il pulmino, e l’autista dev’essersi visto vicino me quando all’ultimo ha sterzato facendo piegare notevolmente di lato il povero mezzo che fortunatamente ha retto ed è riuscito a schivarmi. Un pensiero all’assicurazione medica non fatta va da se. Tutto è bene quel che finisce bene diceva un trio tanti anni fa, potevo rimanere offeso.

Lungo il cammino per le strade del mondo se ne vedono di ogni colore, questa volta tocca ad un gruppo di bimbi appena usciti da scuola che per un motivo a me oscuro iniziano a menarsi, riesco a sfoderare la macchina fotografica e fare qualche scatto indiscreto prima che i più grandi li riprendano separandoli.

L’occhio cade su di una panetteria, ha dei bellissimi dolci e decido di festeggiare i diecimila passi giornalieri con un donut glassato e sette frollini misti con gocce di cioccolato, per la modica cifra di circa cinquanta centesimi di euro. Il risultato è sorprendente essendo tutto veramente buono, me lo godo all’angolo di un incrocio mentre autisti scellerati incasinano un traffico già incasinato.

Che spettacolo le panetterie egiziane, con quel profumo che ti raggiunge ad un isolato di distanza, nonostante altri profumi particolarmente insistenti, e ti accolgono con quei carrelli carichi di torte, pani e biscotti messi fuori in strada a raffreddarsi. Pensate ad un carrello alto quasi due metri, tutto in ferro e carico di pane, appena tolto dal forno a duecento e più gradi. Da noi il povero panettiere verrebbe arrestato per attentato alla salute pubblica con l’aggravante per ustioni volontarie. Qui invece è tutto diverso, più pericoloso forse ma decisamente più facile.

Visto l’esito catastrofico della mia tabella di marcia, con una mossa preventiva mi reco alla stazione dei bus dove spero di trovarne uno che mi porti all’aeroporto, così da poter tornare più tardi con lo zaino e fare direttamente centro.

Alla stazione di Ramses trovo i più variopinti personaggi, tra questi c’è Sajid, Sam per gli amici, autista di taxi che negli anni ha servito personaggi importanti come direttori di giornali, manager di grandi aziende e direttori di banca. Mi fa qualche nome ma non conoscendone uno prendo le sue parole per vere. Non costa niente dar credito ad una persona se le sue parole non arrecano alcun danno. Mi vuole dare a tutti i costi un po’ del suo tè mentre mi spiega quale bus prendere e come muovermi. Un saluto e il suo numero di telefono nel caso di bisogno sanciscono il termine di questo bell’incontro.

I taxisti sono i rompi palle per antonomasia sempre a chiederti se vuoi un passaggio o a proporti tour dai costi esorbitanti e normalmente quando percepiscono il rifiuto la loro azione da amiconi buonisti diventa malgenio e disinteresse. Qui ne ho trovati molti che si comportano in maniera anomala, diversamente dai loro colleghi indiani, tailandesi, marocchini ecc. Capiscono che non vuoi il loro servizio e ti aiutano comunque a raggiungere il tuo obiettivo.

Pranzo con una specie di crepes ripiena di formaggi salatissimi e verdure. Un mattone che spero di poter digerire per il pranzo di Pasqua.

Recuperato lo zaino torno alla stazione di Ramses, per raggiungere la quale devo prendere la metro. All’uscita della metropolitana mi affianca un ragazzino, dice di volermi aiutare e mi guida fino alla stazione. Faccio finta di non conoscere la strada così che si possa sentire più utile.

Anche lui si chiama Sajid, ha quattordici anni ed è un ragazzino veramente educato. Vestito bene e dall’inglese discreto immagino venga da una famiglia di estrazione media, a differenza dei suoi coetanei veste indumenti ben tenuti e puliti ed ha i denti bianchi come il latte. Prima di lasciarlo gli chiedo una foto assieme, si sistema vanitosamente i capelli e imprimiamo questo bell’incontro nella memoria del mio telefono.

Sono sul bus e due personaggi mi si avvicinano con aria di guerra, uno è poliziotto l’altro un semplice cittadino. Ce l’hanno con me perché scattavo foto dall’autobus alla stazione ma quando mento dicendo di essere un fotografo professionista, mi guardano sorridenti. Una sola domanda mi separa dalla pace ed è la seguente “ti piace l’Egitto?”. Potrei rispondere tante cose ma la faccia dei tipi è cupa e minacciosa. “è un posto bellissimo” dico, baciando la punta delle dita chiuse a cipolla, da vero italiano. Il signore traduce quanto detto al poliziotto che svela un sorriso sincero e mi stringe la mano, complimentandosi. Si parte per l’aeroporto.

Più che un viaggio lo definirei un parto, plurigemellare. Oltre due ore angoscianti a seguire le mosse dell’autista sul gps del telefonino, incastrati nel traffico di una Cairo al rientro dalla giornata lavorativa che a singhiozzo avanza verso casa.

All’entrata dell’aeroporto c’è un controllo bagagli, che vede i miei ventotto centimetri di acciaio tailandese e mi chiede spiegazioni, è un coltello acquistato in Asia qualche anno fa. La polizia non ne vuole sapere e l’unica soluzione è essere accompagnato al check-in ed attendere la verifica dello zaino da parte della compagnia aerea. Vengo affidato ad un facchino che si trovava nei dintorno, una cosa seria insomma, che a metà strada verso il banco della Egyptian air mi chiede: “mancia? Mi da la mancia?”. Tiro fuori venti pounds, poco più di un euro, che il ragazzo guarda e intasca. Al check-in lui semplicemente consegna il mio zaino, facendomi saltare la fila di chi coltelli in borsa non ne ha.

Torniamo dalla polizia ed è tutto a posto, non ho capito se il giochino era atto a far intascare un po’ di mancia al facchino o se realmente quella era la procedura usuale.

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