Cairo, 16 febbraio 2020
Si direbbe che non c’è il due senza il tre, ma oggi mi sento abbastanza carico da poter stravolgere una certezza come questa.
All’uscita trovo Diò, giapponese in vacanza al Cairo che conosce Vipiteno, paesino non molto vicino al mio ma accomunato dallo stesso confine regionale, che ha conosciuto durante i mondiali di hockey su ghiaccio tenutisi a Parigi. Faceva parte della squadra nazionale under 20.
Prima la metro poi un bus e tra il suo fidato Google e il mio girovagare a casaccio ci ritroviamo, dopo una svolta sottovalutata, davanti al simbolo più conosciuto e citato della storia. Le piramidi egizie.
Vecchi signori raggrinziti dal sole ci propongono un giro a cammello tra le bellezze del loro popolo, dopo qualche rifiuto iniziamo a non farci più caso e proseguiamo imperterriti verso le creazioni millenarie.
Prima di tutte, la sfinge. Forse la vicinanza con le piramidi forse la distanza alla quale vengono tenuti i turisti ma ad esser sincero me l’aspettavo più possente. Resta comunque un’opera magnifica e di una bellezza quasi tangibile. La fotografiamo e la ammiriamo per un lungo periodo dopodiché proseguiamo volta alle piramidi. La loro storia è ben conosciuta e forse anche troppo studiata, vale la pena però ricordare che la grande piramide, una delle tre qui presenti, è l’unica delle sette meraviglie del mondo antico ad essere ancora prevalentemente integra.
Perdo Diò poco dopo quando decide di entrare a visitare la grande piramide pagando un bel extra al biglietto d’entrata al complesso e io mi rifiuto, preferendo restare con quasi venti euro in più in tasca.
Il mio amato telefono mi avvisa felicitante che ho raggiunto la meta giornaliera di diecimila passi, circa sette chilometri mentre il sole è sempre più alto e, velato da una piacevole brezza, si fa sentire sulla pelle secca. È mezzogiorno ed è ora di cambiare zona.
Ancora bus e ancora metro. Un giovane sui trent’anni mi strappa un sorriso inaspettato quando, salito sul vagone della metro, sceglie me tra tutti i presenti per chiedere informazioni, e lo fa in arabo come se fosse la cosa più naturale di sempre. Sorrido e gli dico di non capire l’arabo, anche se dentro di me avrei più volgarmente voluto dirgli che mi dispiaceva, ma non stavo capendo un cazzo.
Mi perdo nei dintorni del bazar di Khan el-Khalili, cercando di schivare quanto più possibile le bancarelle di esche per turisti e gli abili pescatori. Una strada divide il quartiere dalla moschea Al-Azhar. Mi ci reco e scopro un bellissimo luogo di culto, di quelli che ti fanno pensare ad una conversione seduta stante. Colgo inoltre un particolare che non mi aveva mai suscitato interesse finora, le moschee hanno una sorta di ante ingresso dove i fedeli possono recarsi a studiare i testi sacri e trascorrere brevi momenti di quotidianità creando così coesione all’interno del luogo religioso piuttosto che all’esterno.
Anche per oggi ho visto quanto speravo, un boccone al volo in un locale un po’ turistico e sono a casa