Una bella sorpresa

Cairo, 15 febbraio 2020

L’unico pensiero che si presenta alla porta delle sette e mezza di mattina è: “ma che cazzo di idee hai a mettere la sveglia così presto?!?”. La spengo e mi giro. Alle dieci e quaranta esco dal mio covo come un orso dopo mesi di letargo, in cerca di cibo. E lo trovo. Mi sbaffo la colazione dell’ostello che questa volta è realmente ottima e abbondante, falafel, hummus, insalata, frutta e caffè. Ne approfitto per mettere a mappa i punti che vorrei visitare così….

Cairo, 15 febbraio 2020

L’unico pensiero che si presenta alla porta delle sette e mezza di mattina è: “ma che cazzo di idee hai a mettere la sveglia così presto?!?”. La spengo e mi giro. Alle dieci e quaranta esco dal mio covo come un orso dopo mesi di letargo, in cerca di cibo. E lo trovo. Mi sbaffo la colazione dell’ostello che questa volta è realmente ottima e abbondante, falafel, hummus, insalata, frutta e caffè. Ne approfitto per mettere a mappa i punti che vorrei visitare così da poter dare un filo logico al percorso una volta là fuori.

Esco verso mezzogiorno direzione museo egizio. Il preambolo dell’aereo qui si riconferma in tutto il suo sfascio. L’esposizione mozzafiato, comprensiva di sfingi, mummie, papiri e sarcofagi di almeno duemila anni, è accatastata in questo polveroso edificio come se vecchi televisori imballati in un magazzino dimenticato. Dovrebbero cambiargli nome in museo del museo egiziano, perché è un’attrazione a matriosca. Vecchie teche probabilmente risalenti al 1891, anno d’apertura del museo, chiuse da lucchetti di altrettanto anziani. Statue e manufatti di pietra posti qua e là alla mercé di sprovveduti visitatori che accarezzano gli oggetti, ricordando il momento con un telefono, lasciando un segno indelebile a conferma dell’ignoranza dell’uomo moderno, non solo incapace di creare beni duraturi ma distruttore di ciò che trova sul suo percorso.

Prossima tappa piazza Tahrir, non prima di avvicinarmi alle sponde del Nilo per rubare qualche scatto.

Come spesso accade, vengo fermato da un anziano signore che insiste per mostrarmi una galleria d’arte pretendendo di esserne il proprietario. Poco dopo il nostro arrivo, il simpatico vecchietto viene sostituito da un giovane ben più scaltro ma che capisce in fretta le mie intenzioni così spegne la luce del negozio e suona un campanello, all’istante mi allarmo molto sopratutto quando mi chiede insistentemente “vuoi comprare qualcosa adesso?”. Scruto il negozio, la porta, non so se scappare o aspettare e vedere come si evolve la situazione. Decido per la seconda, non ho niente da perdere e sono curioso di scoprire cosa questo signorotto abbia in serbo. Non succede praticamente niente, un ragazzino spunta dal nulla e risistema tutti i dipinti sparsi al suolo mentre lui mi guarda scocciato e mi invita ad andarmene, chiusura imminente.

Ripensandoci mi viene da ridere, le proiezioni del nostro cervello spesso sono esagerate.

Una piazza come qualsiasi altra, anzi, ma importantissima per la recente storia egizia che vide in questo luogo sfilare in protesta migliaia di persone che in quell’inizio di estate duemilatredici portò al colpo di stato e alla destituzione dell’attuale presidente, eletto democraticamente, un po’ troppo incline ad una politica filo islamica. Si riflette molto in questi posti, ci si trova sempre un’atmosfera positiva a ricordo di quanto conquistato. Il paragone con il mio paese va da sé, seppur non molto sensato.

È già tardi, sono quasi le cinque ed i raggi del sole iniziano ad affievolirsi. Meglio darsi una mossa se voglio vedere la Cairo storica che raggiungo con due fermate di metro.

Bella, polverosa e caotica, sfila davanti ai miei occhi mentre scompaiono le ultime luci dal cielo.

Sono quasi le sette ed è da quando ho lasciato l’ostello che non mangio qualcosa. Un kushari strappalacrime mi riempie per bene e mi accompagna di ritorno all’ostello. Anche oggi una bella giornata piena. Domani sveglia presto, ci riprovo

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