Treno per Maplensa, 14 febbraio 2020
Finalmente sono sul treno, un bel respiro profondo spazza via tutte le preoccupazioni, quel che è stato non può esser cambiato ed io ora sono lontano dal poter influenzare gli eventi.
Gli ultimi giorni sono stati da incubo, l’ho fatto? Cosa manca ancora?, domande che alla velocità della luce, a circolo come in un motore sparato a migliaia di rotazioni al minuto, seguivano e anticipavano pensieri nauseanti, devo lavare i piatti, devo sistemare il casino che ho lasciato in giardino, devo potare le vigne, devo passare in farmacia a prendere il Ledum Palustre che ho ordinato, perché sì, non voglio beccarmi qualche brutta malattia per non essermi minimamente protetto e voglio potermi dire “almeno c’hai provato” nel caso la malasorte mi venga a far visita.
L’incertezza è il vento che ha riempito le vele della barca che sono questi miei ultimi giorni prima della partenza, vento che si placava alla lettura dell’ennesima notizia assurda di violente, razzismo e malapolitica, vento che batteva impetuoso sulla mia esile imbarcazione all’incontro di persone speciali che ti lasciano qualcosa, un pacchetto da mettere in stiva e portare per sempre con te.
Al bar della stazione, questa mattina, la barista non sembrava essersi svegliata con il piede giusto.
Lenta ed agognante svolge il suo compito di soddisfare la clientela finché arriva il mio turno, alla richiesta di un piccolo piacere lei risponde sgarbata “un attimo, una cosa alla volta”, poi fa il conto e tralascia volutamente lo sconto dell’offerta merenda e quando ciò le viene fatto notare sbuffa, cercando di svincolarsi dalla colpa di avere sì fatto gli interessi del capo ma non senza un piacere suo, punitivo. Non mi arrabbio, anzi la capisco. Non è facile alzarsi ogni giorno e recarsi all’interno di quattro mura, su una strada o in una macchina e, contro la propria voglia, attendere l’arrivo dell’ora x che sancisce la fine di quella tortura stile cinese. Ogni cosa si tramuta in rabbia, frustrazione e bisogno di sfogo. Meglio così per quella signora, che almeno un po’ di rabbia la vende ai passanti che se la portano via, verso altri lidi, verso altri clienti.
L’altoparlante parla, “Verona Porta Nuova”, è la mia stazione dalla quale il viaggio proseguirà verso Milano con una delle super tecnologiche Freccia Rossa, reduci da un fatale imprevisto, e da lì all’aeroporto.
Verona ha sempre avuto un certo fascino per me, forse perché fu la città che mi permise di fare il primo passo verso il cammino alla mia libertà quando, su permesso dei miei genitori, saltai scuola e andai in treno da solo fino a Verona dove due “amici” conosciuti su di un forum per smanettoni mi stavano aspettando. Scopo della giornata: maltrattare un povero innocente computer con del ghiaccio secco e ogni sorta di arnese che potesse generare freddo, il tutto per strappargli una prestazione software in quel momento a noi tanto cara. Tutto filò per il meglio e tornai a casa contento, felice per quel primo segno di fiducia che veniva da mio papà e mia mamma. Avevo sedici anni.
Un panino con falafel ed una birra al chiosco vicino alla stazione, un salto alla Feltrinelli e dopo ventisei euro spesi per una guida del Kenya, salgo al binario 6.
Case popolari, un edificio di epoca mussoliniana e qualche fischio dopo sono al T1 dell’aeroporto di Malpensa, ottimo specchio di un Italia in stallo. Le scale mobili cigolanti, le pubblicità sgargianti, i militari in assetto da guerra a piantonare ogni entrata. Uno spaccato dell’odierna Italia più chiaro penso sia difficile da ottenere.
Chiamo Luca che non sento da molto tempo e che per un intrecciarsi di pigrizia e mancanza di tempo non sono riuscito a vedere prima che parta, e che partissi io.
Sulla mia strada incontro una figura forse anche lei stanca del suo lavoro o più semplicemente delusa da questo San Valentino che con accento napoletano mi sgrida mentre parlo con Luca all’entrata dei controlli di sicurezza. Questa volta non la capisco e in malo modo le chiedo di farmi uscire; sto parlando al telefono e le sue premure sulla sicurezza nazionale mi sembrano leggermente fuori luogo.
Incontro un tapis roulant che non funziona sulla rotta verso il gate. A bordo sembra già di essere in Egitto. Sedili grandi e morbidi, inusuali per un volo economico, mediamente usurati e segnati dal tempo. Sono a due metri dal bagno e ne approfitto prima del decollo, sporchi e puzzolenti come dovrebbero essere dei bagni che si possano definire africani nei quali si spande dolcemente un suono flautesco, molto arabeggiante. Mi piace questo volo, mi piace questo aereo.