Cairo, 14 febbraio 2020
Un ATM che si pappa la mia carta, l’unica che ho, e non dice niente, mi fa passare alcuni istanti di sudore freddo sull’incazzato. Poi per fortuna fa la brava e ricompensa la mia pazienza con una lauda somma di denaro.
Ad aspettare fuori dall’aeroporto ci sono i soliti taxisti o presunti tali che cercano clienti. Io mi imbatto nella seconda categoria, quelli che propongono e siglano il patto per poi portarti da un improbabile collega che fa il lavoro sporco. Provo ad abbassare il prezzo ed inizialmente sembro riuscirci salvo poi ricredermi quando ormai a bordo del taxi mi svela il trucco. Lo sconto sarà la mancia da dare all’autista. È tardi, sono stanco e voglio sprofondare in un sonno lontano anni luce da dove mi trovo ora così lascio stare e si parte.
L’autista mi chiede se ho il “net”, immagino intenda internet sul telefono perchè lui non ha la minima idea di dove andare e non conosce la zona dove dobbiamo recarci. Partiamo e alla fine capisco che per “net” intendeva un gps che gli potesse dare la direzione. Oltre a dover pagare prezzo pieno, mi è toccato pure fare da copilota. Proverò a fare leva su questo dettaglio all’ora del pagamento, ma non funzionerà. Mohammed parte come un pazzo e si lancia sulla strada che dritta come una spada si infila nel cuore del Cairo.
Di posti ne ho visti e di taxi ne ho presi tanti, ma questi sono folli. Sembra di trovarsi su di un tuc-tuc in una movimentata notte nel centro di Bangkok dove la strada è una lingua di asfalto sulla quale non esistono regole ed ogni parte della segnaletica è puramente atta a decorazione. La piccola differenza sta nel mezzo utilizzato, in partenza dall’aeroporto sono tutte macchine nuove e potenti.
Richiamo l’attenzione di Mohammed durante la sua guida alla Fast&Furious per fargli notare che ai 130 all’ora zigzagando in questo modo, la cintura sarebbe auspicabile. Per tutta risposta fa segno al cielo con il suo dito grassoccio e dice che Allah ci vede e ci protegge. Sarà, ma io la cintura me la metto.
Arrivo in ostello dopo cinque piani fatti a scale per non aver visto l’ascensore, scrivo quanto sopra e sprofondo in un sonno lontano anni luce da dove mi trovo ora.